Ricordo ancora il giorno in cui, mentre bevevo un caffè in un bar del centro, una signora anziana si mise a raccontarmi di questa usanza, tipica delle donne di campagna, di avere un serpente in casa (per scacciare e mangiare i topi) e di come, talvolta, lo tenessero vicino al seno, perché restasse al caldo.
Nell’ascoltarla parlare mi venne subito in mente una frase, che appartiene al linguaggio popolare: AVERE UNA SERPE IN SENO.
Un modo di dire che ha sempre avuto una forte connotazione negativa ma che, dopo un tale racconto, sembrava, piuttosto, aprire uno spiraglio sull’antico legame che esiste tra la Donna e il Serpente e su come sia cambiato rispetto alle origini.
Basti pensare alla Dea Cretese, della civiltà minoica, che i serpenti li brandisce potentemente tra le mani.
A Medusa che ne possiede una chioma che la incorona come Regina.
La Dea Marsica Angizia che ne è avvolta e ne custodisce la sapienza curativa.
Alle Menadi e le Baccanti che, spesso, vengono rappresentate con serpenti che cingono i loro fianchi, si attorcigliano ai capelli e risalgono lungo il corpo e il tirso.
Alle Sacerdotesse, raccontate nel gesto di nutrirli o di danzarci insieme.
E a tante altre arcaiche e femminee Creature che, del serpente, portano i segni e i simboli o ne possiedono, per metà, le animali sembianze.
Cosa è accaduto, allora, nel tempo?
Che ne è stato di questa sacra alleanza?
Della stessa che, smarrendosi, ha fatto si che la forza simboleggiata dal serpente diventasse qualcosa da soggiogare, persino da schiacciare, o da associare alle tentazioni del male?
Poco importa…
Perché quel filo, per quanto invisibile, non potrà essere mai spezzato.
E basterà sempre “un istante, una scintilla, per essere protagonisti di un’epifania e accorgerci di ciò che se ne stava sopito in noi!”
©️Chandani Alesiani ~ il Tempio della Sibilla
Note virgolettate: Bianca Sorrentino
Art Credit: dettaglio del dipinto “La Morte di Cleopatra” di Guido Cagnacci

