Quando si parla del PIACERE si pensa spesso a qualcosa di morbido, travolgente, conturbante, che slaccia il respiro, si diffonde nel corpo come il profumo più inebriante ed evoca un’intimità che è imparentata con l’amore.
Un’arte viscerale, una carezza sottile e gentile, una realtà di sensi vividi e con-tatti profondi.
Si, è assolutamente questo ma non solo…
Ho visto spesso persone, all’inizio di un Percorso, avvicinarsi a quel piacere con sospetto, in punta di piedi, per poi sentirli gridare estasiati quella sola parola, come fosse un ruggito venuto a spezzare il silenzio e a lanciare musica dalla pelle.
Li ho visti prendere quel piacere e stringerlo tra le mani come fosse una spada sguainata, in nome di una verità finalmente riconquistata e riasserita con ardore.
Li ho visti abbandonarsi alla sua guida, per sferrare i colpi più audaci, recidere fili e vecchi legamenti e riscattare uno spazio di vitale libertà e autenticità.
E poi andar via con quel potere installato nel corpo, acceso negli occhi, condensato in ogni gesto ed espresso, senza più vergogna, nella scelta di cosa, da lì, fosse diventata un’assoluta e irrinunciabile priorità!
Quante volte si pensa al piacere in modo estremamente superficiale, dimenticando le profondità che osa, che anima e fa ribollire, nel suo voluttuoso abbraccio.
Ma soprattuto dimenticando come, nel momento in cui torni ad abitare quel sacro lascito, quell’eredità di sangue, possa aprirsi un nuovo ciclo, un nuovo capitolo, un cerchio di fuoco di cui tu sei il centro e la matrice.
Che ne dici, allora, di ricontattarlo senza riserve, fino a possederlo appieno?
©️Chandani Alesiani~Il Tempio della Sibilla
Photo by @lorenzadapra

